Il gommone attraccò lentamente al molo della villa fra gli alberi. Masimo Lari venne trascinato per terra con vigore. Era bendato, aveva le mani legate e provava un forte dolore all’inguine, che lo infastidiva. I suoi aguzzini erano tre o quattro, dall’aspetto stralunato, probabilmente di origine africana.

Il luogo gli sembrava certamente familiare, nonostante fosse in un posto dimenticato da Dio. In lontananza si intravvedeva una grossa mongolfiera legata ad un palo e gli giungeva un rumore di ferraglia. Entrarono. L’interno era buio, non si sentiva nulla. Venne spinto da uno dei suoi aguzzini. Massimo Lari era terrorizzato. Nascosti nella scarpa destra c’erano le pepite d’oro. Fortunatamente le scarpe le aveva ancora… Le aveva ricevute in regalo da Massimo Lari Senior, per Natale.

Improvvisamente si udì uno sparo. I suoi carcerieri tentarono di difendersi, ma Raffaello Minnini riuscì ad annientarli. ‘Ti avevo detto che le pepite d’oro possono causare dei guai’ – disse. Raffaello Minnini era il suo finanziatore. Non lo liberò affatto e inaspettatamente gli fece un’iniezione sul braccio. Si svegliò in un letto. Sentiva uno strano odore di formaldeide. Sotto le coperte era nudo e aveva un foglio sotto un piede. Qualcosa gli ricordò le parole di Raffaello Minnini: ‘Andiamocene via, io e te’, e ciò avrebbe dovuto aprirgli gli occhi. A quel punto, pensò a sua madre e si addormentò. Fece sogni che normalmente non ricordava mai, come se quella serie di avvenimenti gli avessero liberato la mente. Fu svegliato da una mano sulla sua spalla. Era l’hostess. ‘Siamo quasi arrivati, può iniziare preparare le sue cose’ – disse. Era stato solo un sogno, ma forse gli sarebbe piaciuto viverlo veramente.

Preparò i pochi bagagli a mano che aveva portato in cabina, controllò i documenti e si preparò a scendere. All’uscita dell’aeroporto, un uomo gli tese la mano: ‘Sono Raffaello Minnini’, disse. Buona permanenza.